L'Artista uscì di casa per camminare nel Mondo, perché voleva cercare qualcosa su cui scrivere. L'artista stava cercando il bello, perché solo per esso in quel momento voleva spendere parole.
Egli vestì la sua figura alta, ma esile - la sua figura perennemente spettinata per colpa dei suoi capelli ondulati e finissimi, dall'indefinibile ed orrendo colore tra il biondo ed il castano - con un paio di scarpe nere ed un cappotto dalla scurissima eleganza.
Egli salì sulla sua auto e si diresse verso la città, perché voleva passeggiare per la piazza principale, ma prese la strada di campagna, (no, non la statale, certo!) perché voleva vedere colline e campi coltivati, o incolti, faceva lo stesso. L'artista teneva le gracili mani, curate, non certo le mani di una persona abituata a lavori manuali, sul volante; e guardava intorno, al paesaggio in movimento...
C'è così tanta bellezza nel mondo!
Un giorno o l'altro bisognava scrivere qualcosa sulla campagna... ma non oggi. Oggi era il giorno per passeggiare in piazza.
Ed egli giunse nella piazza, guardò attorno a sé, e vide palazzi, vicoli, il corso principale.
La bellezza, nel Mondo, è ritrovabile in qualunque cosa!
L'artista si diresse verso il corso, ed iniziò a percorrerlo. Egli guardava con disprezzo quasi tutti quelli che il suo sguardo incrociava: vedeva persone alte, atletiche, con facce sorridenti, gradevoli, con capelli di un meraviglioso biondo grano o di un conturbante nero corvino, perfettamente lisci o ricci in maniera fantasiosa, rigorosamente capelli spessi... questa gente non faceva certo fatica a pettinarsi, anche se forse ne faceva a pensare.
L'artista vedeva occhi azzurri come il lampo, scuri come perle nere o verdi come lo smeraldo, ma erano tutti occhi vuoti, occhi senza curiosità, occhi usati solo per vedere. Egli vedeva gente vestita con abiti costosissimi, tuttavia incapace di essere elegante. Tutta gente vuota, avvinghiata al mondo materiale, perché un altro non le è dato, tutta gente che non si interroga, tutta gente incapace di capire l'arte. Di capire l'Artista.
Che tragedia, il provare una sensazione incommensurabile, averla così chiaramente in pugno, e di contro non poterla far capire agli altri!
L'Artista guardava gli altri con interiore disprezzo, anche se lo sguardo esteriore comunicava indifferenza.
E, giunto che fu a metà del corso, s'intrattenne un istante in più ad osservare un giovanotto ben vestito che sostava davanti a uno dei palazzi più importanti del corso. Com'era bello quell'edificio! Nulla, proprio nulla aveva, di architettonicamente rilevante, eppure bellezza vi era, bellezza nel tutto. Il tutto era bello; il particolare, come sempre, volgare. Egli si accostò al giovane e notò che stava fissando la vetrina di una libreria; il giovane sembrava guardare con insistenza un cofanetto di edizione rilegate. Si trattava del "Ciclo delle Fondazioni", di Isaac Asimov.
Isaac Asimov!
Mio Dio, che grande scrittore era stato quell'uomo, morto solo pochi anni prima. Il "Ciclo delle Fondazioni" gli aveva dato immensa fama e riconoscimento a livello mondiale, ponendolo sul piedistallo della storia della letteratura come l'indiscusso padre della fantascienza moderna. Eppure, solo un idiota poteva affermare che un'opera come Le Fondazioni fosse semplice fantascienza. Chiamarla fantascienza era anzi un'offesa bella e buona. Era tutto: storia, politica, futuro, religione, passato, lingua, costumi, società, fantasia... e non era certo il classico romanzo moderno: al contrario, una volta finito di leggerla, si poteva ben dire di aver acquisito qualcosa. Inoltre, Le Fondazioni erano scritte in uno stile estremamente semplice e scorrevole, eppure vi era piacere anche solo nella pura lettura, a prescindere dal significato.
Possibile che questo giovane stesse pensando anche lui...
Ed il giovane, avvedutosi di essere osservato, disse con entusiasmo:
- Li ho letti tutti! Fantastici, non trova? Questi, sa, sono dei libri fantastici!
- Sì... – rispose cautamente l'artista.
- Sono troppo belli! – continuò il giovane, gaio per l'assenso appena ricevuto – Non ho mai letto romanzi di fantascienza migliori di questi. Ma s'immagina, migliaia di anni nel futuro, milioni e milioni di pianeti abitati, viaggi nell'iperspazio...
E l'artista si addolorò tra sé, pensando "Ahimè, no. Nella testa di costui non c'è la letteratura."
Augurò buona giornata e proseguì nel suo errare.
L'artista continuava a guardarsi attorno e la gente gli fluiva accanto, mentre egli tagliava la folla come la maestosa chiglia di un transatlantico fende facilmente le scure acque di un oceano. Il suo lungo cappotto scuro gli svolazzava alle spalle, agitato, più che dal debole vento di tramontana di quella giornata autunnale, dal suo incedere deciso e sprezzante. Egli sembrava procedere due volte più veloce degli altri, ed almeno tre metri sopra. Nessuno osava frapporglisi, nessun iceberg aveva il coraggio di affrontare quella nave; pareva quasi che le gente si scostasse di proposito al suo passaggio.
Ah, quante persone – il Mondo ne è pieno – solo perché provano una volta ogni lustro un sentimento, un'emozione, frivola o meno, un qualcosa che sentono più grande della vita corporea, si credono uniche, elette, dotate di concetti superiori! E non riuscendo, per povertà d'intelletto, ad esprimere la loro sensazione, le attribuiscono allora un che di mistico, che dovrebbe nell'immaginario di questi individui porre loro stessi come soggetti più elevati, che non possono essere capiti dagli altri, quando invece non sono altro che la mediocrità delle mediocrità, ed anzi, sono proprio loro quella gran parte della gente che è incapace di capire!
Così si rabbuiava l'artista, quand'ecco si accorse di essere arrivato in fondo al corso, nel punto dove una delle porte della città fa da confine con una squallida zona periferica. Ed egli vide, sugli scalini di una chiesa, due giovani in atteggiamenti affettuosi. Lei aveva non più di diciott'anni, era rossa di capelli, minuta e dallo sguardo poco intelligente. Nel complesso era carina, ma, ad onor del vero – per quanto possa il vero essere definibile – fondamentalmente insignificante. Lui era sui venti, fisicamente ben piazzato, indosso un giacchetto di jeans con il collo foderato di lana ed ai piedi scarpe ginniche argentate. Portava un taglio di capelli che denotava una pochezza mentale fuori dal comune. Due giovani fidanzati, due miseri rappresentanti dei rispettivi sessi, ignari di tutto quanto c'è di enorme nel Mondo, inconsapevoli di non avere la minima possibilità di terminare assieme i loro infruttuosi giorni su questa Terra, del tutto all'oscuro delle sicure sofferenze che la vita stava preparando per loro...
Ma, d'altra parte, avrebbero costoro veramente sofferto?
Essi erano le classiche persone che nulla mai sapranno riguardo alla vittoria, e, di conseguenza, alla sconfitta. Avrebbero forse fatto parte di quelli che, di fronte alla prima pena, si sentono puniti, espiatori di chissà quale grande peccato originale, soli nel dolore, incapaci di comunicare col prossimo, giustificati a rinchiudersi, troppo sensibili per un Mondo insensibile, troppo profondi per non distruggersi nella sofferenza...
Ma improvvisamente, avverbio inadeguato eppur necessario, accadde qualcosa. I due fidanzati si scambiarono un paio di battute, risero di gusto insieme, si guardarono. Gli occhi di lei luccicavano, quelli di lui erano del tutto naufragati in quelli di lei; si baciarono.
E lui provò invidia. Lui si sentì triste.
I due fidanzati si avviarono verso un bar della periferia dall'aspetto alquanto scalcinato; l'Artista raccolse i cocci del suo orgoglio, li nascose per bene dentro al suo bagaglio culturale, e si avviò verso la sua auto, e, di lì, a casa.
[Ottobre 2004]